L’ordine arriva alle sei di sera, per email. Dentro c’è un elenco di codici scritto a mano, due dei quali non corrispondono più al listino, e una riga che dice «come l’altra volta, ma il doppio». La mattina dopo qualcuno in ufficio lo apre, controlla le disponibilità, chiama il cliente per i due codici sbagliati e ribatte tutto nel gestionale. Il catalogo dell’azienda è online da anni, ed è anche ben fatto. Ma il canale con cui i clienti comprano davvero è ancora la casella di posta.
È una situazione che in Toscana vediamo spesso, nelle aziende che vendono ad altre aziende: rivenditori, laboratori, distributori, anche all’estero. E non è un ritardo di cui vergognarsi. È un modo di lavorare che ha funzionato a lungo e che a un certo punto smette di reggere. La domanda utile non è se «serve l’e-commerce B2B», ma quando il modo in cui ricevi gli ordini oggi ha superato la soglia, e che cosa serve davvero al suo posto.
Vendere online, in Italia, vuol dire già vendere alle imprese
Quando si parla di vendite online si pensa al consumatore con il carrello. I numeri raccontano altro. Fra le imprese italiane con almeno 10 addetti che vendono via web, quasi sette su dieci (il 68,5%) hanno fra i clienti altre imprese o pubbliche amministrazioni: lo rileva l’Istat nell’indagine del 2025, che sulle vendite fotografa l’anno 2024. E se si guarda al fatturato invece che al numero di aziende, secondo i dati Eurostat della stessa rilevazione le vendite via web valgono il 5,3% del fatturato delle imprese italiane, e più della metà di quella quota, 3,2 punti su 5,3, arriva da clienti che sono imprese o enti pubblici.
C’è poi un secondo canale, di cui si parla poco perché non si vede. Si chiama EDI, ed è lo scambio automatico di ordini e documenti fra il sistema di chi compra e quello di chi vende, in un formato su cui i due si sono messi d’accordo: nessuno digita nulla. Lo usa per vendere solo il 4,6% delle imprese italiane, contro il 17,6% che vende via web. Ma da lì passa il 10,3% del fatturato, circa il doppio di tutto il web. Fra i canali digitali, in valore il primo non è il sito: è lo scambio automatico fra sistemi. Solo che è un canale quasi tutto delle grandi: lo usa il 27,1% delle imprese con 250 addetti e oltre, e il 3,3% di quelle fra 10 e 49. Anche qui imprese con almeno 10 addetti e vendite del 2024: i dati sulle imprese sono Istat, quello sul fatturato viene da Eurostat, che pubblica la stessa rilevazione.
E la Toscana? Il rapporto 2026 dell’Ufficio di statistica della Regione, che rielabora la stessa indagine, dice che le imprese toscane con almeno 10 addetti vendono online quanto la media nazionale, anzi un filo di più via web (18,7% contro 17,6%). Ma vendono più ai consumatori (89,9% contro 86,7% di chi vende via web) e meno alle altre imprese (64,4% contro 68,5%), si appoggiano di più ai siti di intermediari, i marketplace, e sul canale automatico sono indietro: 2,9% contro 4,6%. Sono stime su un campione regionale, che da un anno all’altro oscillano parecchio, quindi vanno prese come una fotografia e non come una tendenza. La fotografia, però, è nitida: un tessuto che ha imparato a vendere online al pubblico, e che verso i propri clienti professionali usa ancora gli strumenti di prima. L’e-commerce B2B in Toscana, in altre parole, è ancora in gran parte da costruire. Del quadro generale, e del perché il canale online pesa meno di quanto ci si aspetterebbe, abbiamo scritto in E-commerce in Toscana: il canale online pesa sempre meno, ecco perché. Qui guardiamo il caso specifico di chi vende ad altre aziende.
Il cliente professionale non compra come un consumatore
Il motivo per cui il rivenditore continua a scrivere una email, anche quando il sito c’è, è semplice: il sito non è stato pensato per lui. Un negozio online costruito per il pubblico mostra un prezzo uguale per tutti, chiede la carta di credito e tratta ogni acquisto come se fosse il primo.
Chi compra per lavoro ha bisogno di altro. Ha il suo listino, spesso diverso da quello del cliente accanto, con sconti per volume e quantità minime. Paga a scadenza, non con la carta. Riordina quasi sempre le stesse cose, e vorrebbe farlo in un minuto partendo dall’ordine precedente. Vuole sapere se la merce c’è prima di impegnarsi con il proprio cliente. E spesso non è una persona sola: c’è chi prepara l’ordine e chi lo approva.
Se il sito non offre nulla di questo, l’email è la scelta razionale. Ed è qui che pesa un altro dato, sempre di Eurostat sulle imprese con almeno 10 addetti: fra quelle italiane che vendono via web, le imprese che lo fanno attraverso un sito o un’app propri sono il 73%, contro l’86% della media dei ventisette paesi dell’Unione, mentre il ricorso ai marketplace è molto più alto che altrove (65% contro 45%). Il marketplace va benissimo per farsi trovare da chi non ti conosce. Ma listini per cliente, condizioni riservate e riordino rapido si possono costruire solo su un canale che è tuo.
Cinque segnali che la soglia è stata superata
Nessuna statistica misura quanti ordini arrivano per email o per telefono, né quanto costa ribatterli: non lo rileva l’Istat e non abbiamo trovato altre fonti primarie che lo facciano. Quello che segue viene da ciò che vediamo nelle aziende, e ognuno può confrontarlo con la propria.
- Gli ordini vengono ribattuti a mano. Arrivano in un formato e vanno inseriti in un altro. È lavoro che esiste già e che nessuno ha mai chiamato costo.
- Gli errori di codice o di prezzo sono diventati normali. Un listino in PDF invecchia il giorno dopo l’invio, e il cliente ordina su quello vecchio.
- Il telefono squilla per sapere se la merce c’è. Ogni chiamata sulla disponibilità è un’informazione che il gestionale ha già e che il cliente non può vedere.
- L’agente fa da tastiera. Chi dovrebbe vendere passa le giornate a trascrivere ordini dei clienti che ha già.
- I clienti esteri ordinano quando l’ufficio è chiuso. E aspettano la mattina italiana per una conferma che un sistema darebbe subito.
Uno solo di questi segnali non basta a giustificare un progetto. Tre o quattro insieme dicono che il costo del modo attuale ha superato quello di cambiarlo.
Non sempre la risposta è un e-commerce
Qui sta la parte che ci preme di più. Superata la soglia, le strade sono almeno tre, e la più vistosa non è sempre quella giusta.
Un’area riservata per i rivenditori. Il cliente entra con le sue credenziali, vede il suo listino e le sue condizioni, riordina partendo dallo storico. Niente carrello pubblico, niente prezzi esposti. È il caso di un nostro cliente, ITProducts, che distribuisce all’ingrosso accessori per telefonia e informatica: catalogo e prezzi compaiono solo a chi si è registrato, e possono comprare soltanto le aziende, non i privati. Spesso un progetto così è più vicino allo sviluppo software su misura che a un negozio online, ed è anche il caso in cui l’investimento tende a ripagarsi prima, perché sostituisce lavoro che c’è già.
Prima il collegamento con il gestionale, poi tutto il resto. Se prodotti, prezzi e giacenze non sono allineati in automatico, qualunque vetrina, pubblica o riservata, mostrerà prima o poi articoli finiti e prezzi superati. A volte il primo passo non si vede nemmeno dall’esterno.
Lasciare il catalogo com’è. Se i clienti sono pochi, gli ordini sono complessi e ogni fornitura si discute, un catalogo con richiesta di preventivo è già lo strumento giusto. Trasformarlo in un carrello sarebbe spendere per togliere una conversazione che invece serve.
Quello che facciamo su questo fronte, dal negozio al portale ordini, è descritto nella pagina Siti web ed e-commerce, nella parte dedicata all’e-commerce B2B.
Una domanda che arriva insieme al portale: chi ha le chiavi
Un’area riservata vuol dire credenziali: una per ogni rivenditore, spesso più di una per azienda. Vuol dire persone che cambiano lavoro e accessi che restano attivi, password condivise fra colleghi, un listino riservato che vale qualcosa anche per chi non dovrebbe vederlo. Non è un motivo per non farlo. È una cosa da decidere prima, insieme al resto: chi crea gli accessi, chi li toglie, e come ci si accorge che qualcosa non torna. È la stessa domanda che ci facciamo quando lavoriamo sulla sicurezza informatica di un’azienda, e ci torneremo con più calma.
Il nostro punto di vista
Quando un’azienda ci chiede un e-commerce B2B, non partiamo dalla piattaforma. Chiediamo di vedere come arriva un ordine oggi, dal momento in cui il cliente decide di comprare a quello in cui la merce esce: chi lo scrive, chi lo legge, chi lo ribatte, dove si sbaglia. Quasi sempre quel percorso dice già da solo quale delle tre strade ha senso, e qualche volta dice che non serve cambiare nulla.
Se ti riconosci in tre o quattro dei segnali qui sopra, scrivici: guardiamo insieme come arrivano oggi i tuoi ordini, senza impegno, e ti diciamo dove un portale farebbe risparmiare lavoro e dove no.
Domande frequenti
Che differenza c’è fra un e-commerce B2B e un normale negozio online?
Un negozio online per il pubblico mostra lo stesso prezzo a tutti e incassa al momento dell’acquisto. Un e-commerce B2B è costruito per clienti che sono aziende: listini e sconti diversi per cliente, quantità minime, pagamento a scadenza, riordino rapido dallo storico, più utenti per la stessa azienda. Spesso catalogo e prezzi sono visibili solo dopo la registrazione.
Quando conviene passare dagli ordini via email a un portale per i rivenditori?
Quando il lavoro manuale intorno agli ordini è diventato un costo stabile: ordini ribattuti nel gestionale, errori frequenti di codice o di prezzo, telefonate per conoscere le disponibilità, agenti che trascrivono invece di vendere, clienti esteri che aspettano l’apertura dell’ufficio. Uno solo di questi segnali non basta, più segnali insieme sì.
Serve per forza un e-commerce per vendere ad altre aziende?
No. A volte basta un’area riservata in cui il rivenditore vede il suo listino e riordina. A volte il primo passo è collegare catalogo e gestionale, perché prezzi e giacenze siano allineati. E quando i clienti sono pochi e ogni fornitura si tratta, un catalogo con richiesta di preventivo è già lo strumento giusto.
Che cos’è l’EDI e riguarda anche le piccole imprese?
È il modo in cui il sistema di chi compra e quello di chi vende si passano ordini e documenti da soli, in un formato su cui i due si sono messi d’accordo, senza che nessuno digiti nulla. Secondo l’Istat, fra le imprese italiane con almeno 10 addetti lo usa per vendere il 4,6%: il 27,1% di quelle con 250 addetti e oltre, il 3,3% di quelle fra 10 e 49 (rilevazione 2025, vendite del 2024). Per una piccola impresa di solito entra in gioco quando lo chiede un cliente grande. Un portale ordini risolve un problema diverso: dare uno strumento ai clienti che un sistema proprio non ce l’hanno.
Approfondimenti
- Il nostro servizio: siti web ed e-commerce, con la parte dedicata all’e-commerce B2B e al portale ordini per i rivenditori
- Istat, Imprese e Ict, Anno 2025: il comunicato del 15 dicembre 2025, con il testo integrale in PDF e le tavole in formato foglio di calcolo (Tavola 4 per le vendite via web e via EDI, anche per classe di addetti)
- Eurostat, E-commerce statistics: le vendite online delle imprese europee, per canale e per tipo di cliente (in inglese); i valori italiani citati si leggono nei dataset isoc_ec_esels (imprese) e isoc_ec_evals (fatturato), selezionando Italia e l’anno di riferimento più recente
- Regione Toscana, Ufficio regionale di statistica, Rapporto 2026 sulle ICT nelle imprese toscane con almeno 10 addetti (capitolo 3, tabelle 3.1 e 3.2)
I dati citati riguardano le imprese con almeno 10 addetti: le microimprese non rientrano nell’indagine. Sono stati rilevati nel 2025 e, per le vendite, si riferiscono all’anno 2024. I valori sul fatturato e il confronto europeo vengono dalle banche dati Eurostat, che pubblicano la stessa rilevazione. Le cifre toscane sono stime campionarie regionali e vanno lette come ordine di grandezza. Le osservazioni sul modo in cui arrivano gli ordini nelle aziende nascono dalla nostra esperienza e non da una statistica.


